Bugatti, l’auto francese dall’anima italiana!


Nessuna casa di automobili può dire di aver avuto una storia tanto travagliata quanto quella della Bugatti. Queste auto da sogno, da sempre ammantate di un’aura di leggenda, hanno vissuto tempi bui e momenti di grande splendore, passando per le mani di una serie di proprietari da diversi paesi europei.
La Bugatti nasce proprio per iniziativa di un italiano, il milanese Ettore Bugatti, che nel 1909 fonda la storica fabbrica di automobili a Molsheim, in Alsazia, zona che allora si trovava in Germania ma che oggi fa parte della Francia.
La casa alsaziana riuscì a toccare negli anni picchi di eccellenza insuperati a livello di ingegneria, design e sfarzo. Bugatti è infatti ancora oggi in tutto il mondo sinonimo di un mondo esclusivo e per pochi, ma in cui chi riesce ad entrare può aggiudicarsi il meglio in circolazione.
Tratto caratteristico della storia della Bugatti è stato quello spirito multiculturale che da sempre la contraddistingue. Nel tempo si sono avvicendati proprietari francesi, italiani e tedeschi, ma le auto hanno sempre mantenuto quello stile unicamente italiano, vedendo i migliori designer del Bel Paese collaborare alla realizzazione delle auto dandogli il loro tocco personale.
Nel 1987 l’imprenditore Romano Artioli acquista il marchio Bugatti e annuncia di volerne riprendere la produzione aprendo uno stabilimento a Campogalliano, in provincia di Modena. La storia di questa nuova società, la Bugatti Automobili SpA, durerà pochi anni, dato che già nel 1995 dichiara bancarotta. Ma nei suoi pochi anni di vita gli si deve riconoscere il merito di aver riportato alla ribalta il marchio con una nuova generazione di Bugatti, di cui si ricorda soprattutto la mitica EB110.
Romano Artioli, intenzionato ad un rilancio in grande stile, investe oltre 100 miliardi di lire per sviluppare una vettura per certi versi rivoluzionaria, la EB110, e costruisce uno stabilimento all’avanguardia, a Campogalliano, nel pieno di quell’Emilia sempre stata “terra dei motori”. Ma l’investimento non produce i frutti sperati: la Bugatti chiude nel 1995. Artioli, oggi 84enne, rivela la sua verità sulle dinamiche che portarono al fallimento:
“Sabotaggio!!” teso a danneggiare un’azienda molto ambiziosa e per la quale lavoravano tecnici proveniente anche da realtà concorrenti. Artioli esprime inizialmente il suo scetticismo nei confronti nell’area geografica, che paragona alla “bocca del leone” in quanto molto vicina agli stabilimenti delle Ferrari e Lamborghini. “Volevo fare queste cose in Francia”, sono le sue parole. “Ma non ci fu niente da fare. I modenesi lei non li schioda, e senza questa gente si poteva fare la Bugatti”.

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Sono tornato a Chernobyl

 

“In realtà non ci ero mai stato prima, ma le vicende di quel lontano 26 aprile 1986 sono ancora così vive che l’impressione è stata proprio quella di ripercorrere luoghi già vissuti.
Sono passati trent’anni da allora, eppure Pripyat, Chernobyl e il reattore numero 4, avvolto dal suo sarcofago, sono rimasti congelati dal Tempo. 
Ho condiviso la mensa degli ultimi operai addetti alla centrale, ho girato per la città fantasma ancora intrisa dell’atmosfera delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, mi sono infilato nelle case vuote, nell’ospedale, nel cinema e poi l’asilo, le scuole…
…una grande emozione, un grande dolore!
È stato un toccare con mano la storia, la mia, la nostra storia.
Quattro giorni dopo il disastro, è nata mia figlia.
Una grande paura per il suo futuro, la paura che il mondo potesse finire ed invece… La natura si è già ripresa il suo territorio, nuove foreste sul campo di calcio. Piccoli animali, padroni indiscussi della città e incuriositi dalla nostra presenza, lasciano veloci impronte su un unico manto bianco di neve, la radioattività assopita sotto uno spesso strato di ghiaccio….”
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La domanda più frequente che mi è stata posta è il perché di questo viaggio e soprattutto perché in un posto considerato da molti ancora altamente pericoloso.
Sicuramente la curiosità è sempre la molla per ogni viaggio e per ogni nuova esperienza, la curiosità nello spingersi anche alla ricerca di posti ormai abbandonati da Dio e dagli uomini.
Chernobyl era perfetto, non nascondo di essere stato assalito da una certa preoccupazione ma poi ho ripensato a quanto tempo era passato e soprattutto a quei milioni di persone che ancora vivono in quella zona contaminata….
La scelta del periodo è stata perfetta.
Il pieno inverno …quando un manto di neve ricopre tutto.
Da un punto di vista fisico sicuramente tiene basse le polveri radioattive ma …,non è solo quello, la neve è magica, da un senso di pulito, si adagia come un morbido lenzuolo bianco modellandosi al terreno rendendo tutto impalpabile paradossalmente sano e sterile.
Anche l’esperienza è stata magica, girare in quei posti tanto temuti, vivere il silenzio urlante dei luoghi abbandonati, entrare in ambienti ancora intrisi di stupore, rabbia e dolore.
Mi dicono; ho letto; che tutto è avvenuto in modo sereno, che l’esodo è stato ordinato, che la gente ha raccolto le proprie poche cose in sole tre ore per poi salire su una fila interminabile di autobus che le avrebbero portate chissà dove…

“Cinquantamila persone che all’improvviso avevano perso tutto, la propria casa, gli amici, le abitudini, i luoghi dei propri ricordi: una comunità cancellata per sempre. Molti di loro avrebbero avuto gravi ripercussioni sulla salute, o perlomeno l’angoscia del dubbio li avrebbe accompagnati per generazioni.”
 

In quel silenzio ho avuto la sensazione di percepire ancora il loro batticuore, ho vissuto la loro ansia nel recuperare i bambini negli asili nelle scuole, mi sono immaginato porte che sbattevano …forse grida…paura, disperazione?
Tutto, oggi, è ancora contaminato, non bisogna toccar nulla, anche nel rispetto di un posto ormai sacro, le piante bruciate dai raggi e mai marcite nella foresta rossa, continuano ad essere una minaccia, tutti i metalli, come il terreno ancora impregnato di radiazioni.”
Poco lontano da Pripyat esiste ancora un enorme Radar lungo 500 mt e alto 150, l’occhio segreto sovietico sugli Stati Uniti durante la guerra fredda, ieri trasmetteva un forte segnale a 10 Hz che disturbava tutte le trasmittenti del globo, oggi continua ad emettere i suoi isotopi radioattivi.

Oggi Pripjat’ è una città fantasma post–apocalittica. I battelli giacciono semi affondati nel porto, tra le architetture moderne ed omogenee, da città pianificata, regna un silenzio spettrale. Per le strade deserte la vegetazione spontanea ha preso a crescere rigogliosa, attraverso le crepe dell’asfalto, non più disturbata dalla presenza dell’uomo. Si stima che ci vorranno cinque, forse sei secoli prima che i livelli di radioattività tornino alla normalità, almeno in superficie. Intanto, la zona di esclusione è tornata ad essere un’oasi di tranquillità per la fauna della Polesia: lupi, cinghiali selvatici, caprioli, cervi, alci e castori hanno ripreso a proliferare indisturbati.

Certo …non si può dire che si tratti di una natura… “incontaminata”, …ma, anch’essa pur sempre natura!

Chernobyl , memoria di un disastro