Hornbill Festival


Hornbill Festival

Il festival delle Etnie

”L’isolamento geografico e culturale di quest’area ha preservato sedici etnie di origine mongola tibetano e birmana, nonché un habitat naturale che può essere considerato uno degli ultimi paradisi dell’Asia. “

 

Il Nagaland è una regione perennemente in guerra, lotta contro il governo centrale Indiano nel tentativo di ottenere una improbabile indipendenza, difficile peraltro poi da difendere e da gestire!
In realtà cerca in tutti i modi di difendere il proprio patrimonio, unico al mondo, e che ormai da ogni altra parte sta scoparendo. Vuole difendere le proprie radici storiche, la propria cultura, le tradizioni, cerca di opporsi ad ogni tentativo di globalizzazione che la renderebbe poi uguale a qualsiasi altra regione. Con controlli capillari e ossessivi il governo locale cerca di impedire l’ingresso al turismo “INDIANO” quello che potrebbe in qualche modo, stabilendosi in questo angolo di mondo, alterarne il sottile equilibrio!
L’isolamento geografico e culturale di quest’area ha preservato sedici etnie di origine mongola e tibeto/birmana, nonché un habitat naturale che può essere considerato uno degli ultimi paradisi dell’Asia.
Quelle stesse etnie che molto probabilmente 35.000 anni fa, approfittando della glaciazione, attraversarono a piedi la Beringia per raggiungere poi le regioni del nord e del centro America.
Prima Mongoli con lunghe piume poi, Indiani d’America con le stesse lunghe piume di Tucano sulla testa.
E’ con questo spirito che bisogna assistere al “loro festival”, quasi in punta di piedi, in sordina, cercando di non apparire (difficile per noi bianchi europei!). D’altronde solo così è possibile coglierne il vero significato.
E’ vero è solo una rielaborazione storica, ma quanta fierezza nel loro portamento nei loro canti, nei loro costumi, nelle loro danze di guerra, ancora capaci di far accapponare la pelle!
Solo fino a pochi anni fa (un ventennio) usavano tagliare la testa ai loro nemici, gesto sicuramente truce ai nostri occhi, ma allora ricco di significato. Un rito fatto di forza onore e supremazia, ma anche di dolore lotta leale e sofferenza.
Ieri nemici, oggi uniti nello sfilare tutti insieme contro un nuovo e peggior nemico, il rischio di venir risucchiati in schemi, abitudini, regole che non li appartengono. E’ stato bello esserci da viaggiatori e non da turisti, nel rispetto silenzioso di un angolo di mondo da preservare.

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Bugatti, l’auto francese dall’anima italiana!


Nessuna casa di automobili può dire di aver avuto una storia tanto travagliata quanto quella della Bugatti. Queste auto da sogno, da sempre ammantate di un’aura di leggenda, hanno vissuto tempi bui e momenti di grande splendore, passando per le mani di una serie di proprietari da diversi paesi europei.
La Bugatti nasce proprio per iniziativa di un italiano, il milanese Ettore Bugatti, che nel 1909 fonda la storica fabbrica di automobili a Molsheim, in Alsazia, zona che allora si trovava in Germania ma che oggi fa parte della Francia.
La casa alsaziana riuscì a toccare negli anni picchi di eccellenza insuperati a livello di ingegneria, design e sfarzo. Bugatti è infatti ancora oggi in tutto il mondo sinonimo di un mondo esclusivo e per pochi, ma in cui chi riesce ad entrare può aggiudicarsi il meglio in circolazione.
Tratto caratteristico della storia della Bugatti è stato quello spirito multiculturale che da sempre la contraddistingue. Nel tempo si sono avvicendati proprietari francesi, italiani e tedeschi, ma le auto hanno sempre mantenuto quello stile unicamente italiano, vedendo i migliori designer del Bel Paese collaborare alla realizzazione delle auto dandogli il loro tocco personale.
Nel 1987 l’imprenditore Romano Artioli acquista il marchio Bugatti e annuncia di volerne riprendere la produzione aprendo uno stabilimento a Campogalliano, in provincia di Modena. La storia di questa nuova società, la Bugatti Automobili SpA, durerà pochi anni, dato che già nel 1995 dichiara bancarotta. Ma nei suoi pochi anni di vita gli si deve riconoscere il merito di aver riportato alla ribalta il marchio con una nuova generazione di Bugatti, di cui si ricorda soprattutto la mitica EB110.
Romano Artioli, intenzionato ad un rilancio in grande stile, investe oltre 100 miliardi di lire per sviluppare una vettura per certi versi rivoluzionaria, la EB110, e costruisce uno stabilimento all’avanguardia, a Campogalliano, nel pieno di quell’Emilia sempre stata “terra dei motori”. Ma l’investimento non produce i frutti sperati: la Bugatti chiude nel 1995. Artioli, oggi 84enne, rivela la sua verità sulle dinamiche che portarono al fallimento:
“Sabotaggio!!” teso a danneggiare un’azienda molto ambiziosa e per la quale lavoravano tecnici proveniente anche da realtà concorrenti. Artioli esprime inizialmente il suo scetticismo nei confronti nell’area geografica, che paragona alla “bocca del leone” in quanto molto vicina agli stabilimenti delle Ferrari e Lamborghini. “Volevo fare queste cose in Francia”, sono le sue parole. “Ma non ci fu niente da fare. I modenesi lei non li schioda, e senza questa gente si poteva fare la Bugatti”.

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