Benares “la rive gauche”


Benares “la rive gauche”

Benares, la citta sacra, e il Gange con la sua riva sinistra quotidianamente soffocata e invasa da centinaia di migliaia di fedeli


“……Le acque del Gange, secondo la religione induista, sgorgarono dal cielo, provenendo direttamente dai piedi del dio Vishnu.
E siccome l’impatto di una tale massa d’acqua sarebbe stato devastante, Shiva si frappose tra cielo e terra e con la propria folta capigliatura fece da barriera.

L’acqua scese dunque dal cielo sotto forma di rivolo divino, e ciò che oggi vediamo scorrere non è altro che una parte infinitesimale del Gange stesso.
La maggior parte è da qualche parte sperduto nell’universo sacro e forse in altri paralleli.

Questa un poco astratta cosmogonia è suffragata, secondo i credenti, dal fatto che mai nessuno si è ammalato seriamente perché ha ingerito le putride acque. In effetti dalle parti di Varanasi, il Gange è probabilmente il fiume più inquinato della Terra.
Le acque del fiume sacro, in questa zona dell’India, non contengono nemmeno più un briciolo di ossigeno disciolto e, benché le quotidiane abluzioni siano piuttosto meticolose non si hanno notizie di pandemie coleriche. Anzi, secondo alcuni sarebbero addirittura un potentissimo antibatterico.

Fin qui mito, leggenda e religione.

La realtà assodata vuole invece che il Gange nasca dalle fresche cime himalayane, laddove le sue acque sono ancora pure e incontaminate. Poi, il suo corso, che in totale si dipana per oltre 2.500 chilometri, attraversa tutta la parte settentrionale dell’India, andando a gettarsi nel golfo del Bengala dalle parti del Bangladesh. E da lì in poi, da Rishikesh, comincia la sofferenza del fiume e delle genti che abitano le sue rive.

Il Gange risente della deforestazione che in alcune zone è stata devastante, con frequenti inondazioni e sedimentazioni incontrollate. Riceve centinaia di cloache che quotidianamente riversano senza il minimo ritegno. Cinquanta milioni le persone che vivono nelle tre principali città attraversate dal Gange: Delhi, Varanasi e Calcutta.

Già di per sé sarebbe il fiume forse più ribelle del mondo, con fasi alterne e imprevedibili di secche e piene torrentizie devastanti.
Il Gange può essere estremamente benevolo e altrettanto malevolo nello stesso momento, proprio come un Dio può essere paradossale giusto e buono al tempo stesso.

“Ti potrai purificare nel più inquinato dei fiumi,
solo se avrai abbastanza fede”

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Bugatti, l’auto francese dall’anima italiana!


Nessuna casa di automobili può dire di aver avuto una storia tanto travagliata quanto quella della Bugatti. Queste auto da sogno, da sempre ammantate di un’aura di leggenda, hanno vissuto tempi bui e momenti di grande splendore, passando per le mani di una serie di proprietari da diversi paesi europei.
La Bugatti nasce proprio per iniziativa di un italiano, il milanese Ettore Bugatti, che nel 1909 fonda la storica fabbrica di automobili a Molsheim, in Alsazia, zona che allora si trovava in Germania ma che oggi fa parte della Francia.
La casa alsaziana riuscì a toccare negli anni picchi di eccellenza insuperati a livello di ingegneria, design e sfarzo. Bugatti è infatti ancora oggi in tutto il mondo sinonimo di un mondo esclusivo e per pochi, ma in cui chi riesce ad entrare può aggiudicarsi il meglio in circolazione.
Tratto caratteristico della storia della Bugatti è stato quello spirito multiculturale che da sempre la contraddistingue. Nel tempo si sono avvicendati proprietari francesi, italiani e tedeschi, ma le auto hanno sempre mantenuto quello stile unicamente italiano, vedendo i migliori designer del Bel Paese collaborare alla realizzazione delle auto dandogli il loro tocco personale.
Nel 1987 l’imprenditore Romano Artioli acquista il marchio Bugatti e annuncia di volerne riprendere la produzione aprendo uno stabilimento a Campogalliano, in provincia di Modena. La storia di questa nuova società, la Bugatti Automobili SpA, durerà pochi anni, dato che già nel 1995 dichiara bancarotta. Ma nei suoi pochi anni di vita gli si deve riconoscere il merito di aver riportato alla ribalta il marchio con una nuova generazione di Bugatti, di cui si ricorda soprattutto la mitica EB110.
Romano Artioli, intenzionato ad un rilancio in grande stile, investe oltre 100 miliardi di lire per sviluppare una vettura per certi versi rivoluzionaria, la EB110, e costruisce uno stabilimento all’avanguardia, a Campogalliano, nel pieno di quell’Emilia sempre stata “terra dei motori”. Ma l’investimento non produce i frutti sperati: la Bugatti chiude nel 1995. Artioli, oggi 84enne, rivela la sua verità sulle dinamiche che portarono al fallimento:
“Sabotaggio!!” teso a danneggiare un’azienda molto ambiziosa e per la quale lavoravano tecnici proveniente anche da realtà concorrenti. Artioli esprime inizialmente il suo scetticismo nei confronti nell’area geografica, che paragona alla “bocca del leone” in quanto molto vicina agli stabilimenti delle Ferrari e Lamborghini. “Volevo fare queste cose in Francia”, sono le sue parole. “Ma non ci fu niente da fare. I modenesi lei non li schioda, e senza questa gente si poteva fare la Bugatti”.

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