Partire dall’Avana su una vecchia macchina americana è come entrare in una fotografia che si ostina a non sbiadire.
Il motore tossisce, la carrozzeria porta addosso gli anni, il sedile scricchiola a ogni curva. Davanti a noi, Cuba si apre lenta, immensa, sospesa tra ciò che è stata e ciò che sta diventando. Lasciamo alle spalle le strade dell’Avana, i palazzi consumati dal tempo, i colori ancora ostinati sulle facciate, il rumore della musica che sembra uscire dalle finestre anche quando non c’è nessuno.
La vecchia macchina corre verso sud con una dignità quasi commovente. Fuori dal finestrino scorrono piantagioni, palme, villaggi addormentati e campi dove il verde sembra non avere fine. Il tempo, qui, ha un altro passo. Non sembra avere fretta di arrivare da nessuna parte.
Attraversiamo Cuba cercando Trinidad, ma lungo la strada incontriamo qualcosa di più difficile da nominare: la bellezza di un mondo allo stremo. Un mondo che resiste, che conserva gesti antichi, case consumate, automobili sopravvissute a decenni e sorrisi capaci di raccontare più di qualsiasi guida.
Quando arriviamo a Trinidad, la luce del pomeriggio accende le strade di pietra. Le case colorate sembrano scenografie rimaste in piedi per errore, mentre il suono di una chitarra arriva da una piazza e si mescola al rumore dei passi.
Ci fermiamo.
Per un momento non c’è più bisogno di andare.
Forse è questo che resta di un viaggio a Cuba: la sensazione di aver attraversato non soltanto un’isola, ma un tempo che lentamente scompare. E mentre la vecchia macchina riposa sotto il sole, capiamo che certe strade non portano semplicemente da un luogo all’altro.
Portano indietro.
A un mondo più lento, più fragile, più vero. Un popolo ormai stremato, ma ancora capace di regalare, prima di scomparire, una luce che non si dimentica.
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