Fino alla metà ‘800 Jharia era rappresentata da una cintura di fitte foreste abitate da tribù, le stesse che tre milioni di anni fa ricoprivano la superfice terrestre per essere poi a seguito di cataclismi inghiottite e stratificate in uno spesso strato di carbone.
Oggi è una delle miniere di carbone più importanti dell’India e una delle più grandi dell’Asia un “tesoro nero” di altissima qualità. Pensate, il giacimento si estende per ben 450 km quadrati ed è costituito da una quarantina di sub giacimenti per un totale di quasi 11.000 milioni di tonnellate di carbone nelle sue riserve!
Oggi, ahimè solo 19 sono ancora praticabili.
Le prime miniere, agli albori del novecento hanno cominciato a crollare e nel 1916 un grosso incendio sotterraneo ha dato inizio ad una catena di incendi che tutt’oggi hanno bruciato 30 tonnellate di carbone precludendo peraltro la strada ad una grossa fetta di giacimenti!
La catastrofe è ancor più imponente se si pensa che ogni incendio causa un cedimento del terreno soprastante, Jharia è così una città destinata a essere inghiottita ed è costantemente avvolta da una spessa nube tossica. L’inquinamento dell’aria, oltre agli innumerevoli infortuni, è la principale causa di morte nella zona.
Questo mio reportage fotografico, realizzato in solo due giorni, riguarda gli abitanti di Jharia.
Perlopiù uomini e donne appartenenti alla “casta degli intoccabili”, costretti a rubare il carbone dalle miniere a cielo aperto, che circondano i loro villaggi, per poi venderlo illegalmente al fine di assicurarsi un Pasto.
Le loro condizioni di vita sono a dir poco terribili!
Sono rimasto colpito dalla loro volontà a rimanere in un ambiente così inquinato e pericoloso. Una serena incoscienza o forse solo una silenziosa rassegnazione nella lotta per la sopravvivenza.
Non siamo riusciti ad entrare nella miniera, l’abbiamo vista dall’alto, una enorme voragine presidiata da polizia ed esercito, non tanto a tutela del visitatore, ma nell’intento
di nascondere le condizioni alle quali le persone sono costrette a lavorare.
Siamo riusciti a trovare un piccolo varco periferico ed abbiamo assistito al caricamento del carbone su grossi camion. Nessuna protezione, né scarpe né indumenti idonei a protezione da ferite e dal sole cocente, nei loro infiniti viaggi dall’alba al tramonto sotto il peso di enormi massi.
Ma quello che più colpisce sono i villaggi, dove le vita scorre apparentemente serena, l’aria è irrespirabile e altamente inquinata ma le donne continuano a lavare e lavarsi al fiume e i bambini a saltellare, con le mani e i piedi neri come la pece, tra focolai di carboni accesi.
L’alto tasso di co2 che produce il buco dell’ozono ed il particolato, buca i loro polmoni, gli ossidi di zolfo, azoto e carbonio rilasciati dagli incendi inquinano ulteriormente l’aria e le falde d’acqua.
La pneumoconiosi e l’antracosi, che avevo studiato sui mieli libri di medicina e che non avevo mai visto, qui è all’ordine del giorno e insieme alle correlate malattie tumorali riducono la media della loro vita di più del 20%.
“Spesso fa molto caldo e il terreno crepita, improvvisamente si squarcia qua e là, emettendo odori acre, gas bianchi nocivi o persino lingue di fuoco. I muri delle nostre case si sono crepati e si stanno sgretolando” … mi racconta uno del villaggio.
L’obiettivo principale di questa mia storia è mostrarvi come si può vivere in questa zona colpita, dalla subsidenza e i pericoli ad essa associati, e … soprattutto come si può morire per mano delle catastrofi da noi stessi generate.
È l’unico modo che ho per cercare di restituire a questa gente un po’ della Loro dignità.
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