l’incantesimo del Realismo Magico dove l’impossibile diventa quotidiano
Ci sono luoghi sulla Terra che non solo visitiamo, ma che finiamo poi con il subirli come un incantesimo!
La Colombia è uno di questi. Un Paese che non conosce mezze misure, dove le vertiginose vette andine scivolano, a poche ore di volo, nella sensualità salmastra e dorata del Mar dei Caraibi.
I colombiani, per descrivere la propria terra hanno preso in prestito dalle pagine immortali di Gabriel García Márquez il “Realismo Magico” che meglio descrive lo stato naturale delle cose.
“Un luogo in cui l’incredibile e il quotidiano camminano a braccetto lungo le strade”.
Se ci pensate bene la Colombia è l’unico paese sudamericano bagnato da due oceani, l’unico che custodisce la foresta amazzonica e, al tempo stesso, le vette più imponenti della Cordigliera delle Ande.
Un mondo a parte, dove la biodiversità geografica e umana davvero stordisce!
Il profumo intenso del caffè appena macinato si scontra con l’odore salmastro delle mangrovie; i ritmi frenetici e l’avanguardia delle sue metropoli convivono con la lentezza secolare dei villaggi coloniali rimasti fermi nel tempo.
Qui il colore non è un dettaglio, lo si ritrova nelle facciate delle case, nei frutti tropicali dai nomi impronunciabili venduti agli angoli delle strade e nelle tele dei suoi artisti.
È un Paese che ha saputo trasformare le cicatrici del passato in arte, musica e in una gioia di vivere viscerale e peraltro contagiosa.
È stato un lungo viaggio che vi descriverò in più tappe, se avrete voglia di seguirmi.
Inizieremo seguendo un filo invisibile che lega le sue due città più affascinanti, opposte e complementari: Bogotá, la vertiginosa metropoli e il sogno caraibico di Cartagena de Indias..
Dopo essere atterrati all’aeroporto El Dorado di Bogotà siamo stati avvolti dall’ebbrezza dei 2.640 metri di altitudine con la sua aria rarefatta e il cielo vicinissimo. Un impatto visivo potente tra il traffico frenetico della metropoli e la maestosità delle montagne verdi all’orizzonte. Ma la vera essenza l’abbiamo provata camminando, con non poco affanno, per le salite acciottolate e i tetti in argilla de La Candelaria, il nucleo primordiale di Bogotá. Un quartiere che vive di due respiri opposti consumati nelle sue piazze principali. Da un lato l’austera e monumentale Plaza de Bolívar, cuore del potere politico e della solennità storica della nazione, dall’altro, risalendo pochi vicoli, il Chorro de Quevedo, la piazzetta intima in cui nel 1538 nacque la vecchia città, oggi trasformata nel tempio della controcultura studentesca. Ci siamo seduti, con i giovani, sui muretti ad ascoltare cantastorie e musicisti, immersi in un’aria profumata di incenso e di chicha, la storica bevanda di mais fermentato, sorseggiata nel coloratissimo e strettissimo Callejón del Embudo.
Lungo le strade un fiume di studenti universitari, artisti e viaggiatori da tutto il mondo a riempire i caffè letterari e a incrociare i passi con, ahimè, i pochi residenti storici, anziani, avvolti nelle loro ruanas, i tipici poncho andini di lana, e gli ultimi proprietari
delle vecchie botteghe, gli unici rimasti a custodire questi antichi vicoli .Qui non possono non colpire le mura delle abitazioni adornate come “una vera pelle che respira!” Nella Candelaria, infatti, la Street Art è una forma di poesia urbana protetta e amata. Un diario sociale a cielo aperto dove le facciate coloniali diventano tele per i writer. Si passeggia con il naso all’insù per ammirare come i colori delle bombolette spray riescano a raccontare la realtà colombiana; dalle opere iperrealiste che celebrano i volti degli indigeni, fino ai graffiti politici che esorcizzano i fantasmi del passato violento del Paese. Un grido di speranza e di rinascita che non chiede il biglietto. Piazze, gente e murales si fondono in un unico, indimenticabile manifesto di bellezza accessibile a tutti.
È proprio lungo lo stretto Callejón del Embudo che il mio sguardo è stato catturato da uno dei murales forse più significativi del quartiere, realizzato dalla nota street artist Bastardilla e intitolato Rajieen “ Ritorneremo ”. Il dipinto raffigura un bambino che stringe tra le mani una grande fetta di anguria, raccogliendone i semi: un frutto che è un simbolo universale di resistenza silenziosa poiché, una volta tagliato, rivela gli stessi quattro colori della bandiera palestinese, il rosso della polpa, il verde e il bianco della buccia, il nero dei semi. Accanto al bimbo, la scritta in arabo, che dà il nome all’opera, lancia un vero e proprio grido che unisce la speranza del popolo palestinese di riappropriarsi della propria terra alle rivendicazioni storiche delle comunità indigene e contadine della Colombia, colpite dallo sfollamento forzato.
Purtroppo non sta andando proprio così!
Nel mio viaggio non poteva mancare la tappa al museo di Ferdinando Botero, nel cuore antico della città. Splendida la struttura coloniale che lo ospita degna dell’artista colombiano più celebre al mondo. Le sue figure dai volumi generosi, donne, uomini, animali, non sono un semplice inno alla rotondità.
L’arte è intrisa di ironia e profonda critica sociale. Le sue opere catturano l’essenza stessa del Paese: la sensualità dei costumi, ma anche i paradossi del potere e il dolore della violenza storica.
Tra le sue tele più amate spicca la celebre “ Mona Lisa del 1978 , dove il capolavoro di Leonardo viene dilatato in una figura monumentale e paffuta a dimostrare come il volume possa ridefinire lo spazio e dare una sensualità del tutto nuovo al soggetto ”. Ma forse l’opera che più mi ha colpito è la sua vera dichiarazione d’amore alla plasticità con “ Autoritratto con modella del ’94”
. Qui i ruoli tradizionali dello studio d’arte sono completamente capovolti, il corpo nudo della modella domina il primo piano in tutta la sua avvolgente e ambrata tridimensionalità, mentre lo stesso pittore appare rimpicciolito sullo sfondo. Non è una pittura sulla grassezza, ma un manifesto visivo in cui la forma espansa dona una presenza fisica e scultorea alla realtà.
Leggo: “ Quella di Botero è un’arte che esalta la vita fotografandone le fragilità e offrendo la chiave di lettura perfetta per comprendere le contraddizioni della capitale colombiana ”.
Ci è mancato di andate a Medellín dove sono esposte le sue tele più drammatiche e feroci contro la violenza del Paese, inclusa la celebre e mastodontica visione di Pablo Escobar barcollante sulle tegole rosse!
DALL’ALTO DEL CERRO DE MONSERRATE 3.152 M,
BOGOTÀ APPARE COME UN MARE INFINITO
DI MATTONI E CEMENTO
ADAGIATO SULLA SAVANA ANDINA.
Il nostro viaggio continua….
Lasciamo il freddo delle Ande per scendere laddove l’aria si fa calda e salmastra. Raggiungiamo Cartagena de Indias, il gioiello caraibico racchiuso tra le sue mura cinquecentesche.
Se Bogotá è la mente intellettuale e graffiante della Colombia, Cartagena ne rappresenta l’estetica travolgente, il luogo in cui la storia coloniale si fonde con la cultura afro-caraibica. Ed è proprio qui, nel cuore del tradizionale quartiere di San Diego, che ci imbattiamo nella Serrezuela.
Inaugurata originariamente nel 1893, questa imponente struttura circolare in legno è stata per quasi un secolo la storica plaza de toros della città. Un anfiteatro dove la società cartagenera si riuniva per le corride, la boxe e gli spettacoli. Dopo decenni di totale abbandono, la struttura è stata protagonista di un miracolo di restauro architettonico: l’antica arena è stata magistralmente recuperata e trasformata nel centro commerciale e culturale più spettacolare della Colombia.
“Un mondo trasformato“. Passeggiando sotto le sue storiche gradinate in legno, perfettamente restaurate, mi sono chiesto come sia stato possibile riuscire ad unire due mondi così distanti. Ci si ritrova tra boutique di alta moda, caffè raffinati e profumo di artigianato d’eccellenza. Ma la cosa più spettacolare era li, al centro, dove un tempo si consumava la drammatica corrida, il Ruedo trasformato in una maestosa piazza arricchita da sfarzose fontane danzanti.
La grande piazza centrale dell’arena, con la sua eccezionale architettura circolare, è diventata oggi il palcoscenico ideale per celebrare un altro pilastro dell’identità nazionale.
Proprio all’interno del Ruedo della Serrezuela vengono ospitati gli eventi e i galà più importanti del Paese.
Ho avuto la fortuna di capitarci il giorno in cui si tenevano le selezioni di Miss Colombia, il Concurso Nacional de Belleza, una rivelazione in grado di scardinare ogni preconcetto.
Non è possibile non notare la profonda differenza con le nostre selezioni, se si pensa alla pomposità televisiva e un po’ ingessata della nostra “Miss Italia”, spesso imbrigliata in dinamiche commerciali rigide e un’atmosfera di formale e distaccata competizione.
Qui a Cartagena La sfilata, libera di ogni rigidità, era invece carica di un candore e di una spontaneità semplice e disarmante. Ragazze giunte da ogni angolo del Paese conferivano al concorso un forte clima di festa popolare e di orgoglio nazionale.
Muovendomi liberamente all’interno del Ruedo sono riuscito a fotografarle mentre camminavano con il tumbao e a cogliere quella loro grazia innata, fiera e caraibica tale da trasformare il proprio portamento in un atto di gioia pura. Ho letto nei loro sguardi l’orgoglio delle proprie radici e nei loro sorrisi la freschezza delle foreste, la luce delle coste e la solennità delle Ande. Una totale assenza di quel forzato atteggiamento a cui la televisione occidentale ci ha invece tristemente abituato. Ai miei occhi la Serrezuela si era trasformata così in un set in grado di unire la monumentalità del passato alla vanità e alla spontaneità elegante del presente. Mi ha molto colpito come qui la bellezza non venga celebrata come un canone astratto da giudicare, ma come l’espressione solare di una cultura fiera delle proprie radici etiche e geografiche.
Che ci si trovi a sorseggiare un tinto caldo nel freddo andino di Bogotá
o a godersi la brezza marina dall’alto delle terrazze della Serrezuela a Cartagena,
il vero filo conduttore della Colombia rimane comunque la sua gente!
Un viaggio in Colombia non lascia indifferenti ma costringe a guardare oltre i preconcetti riempiendo gli occhi di contrasti indimenticabili. Dall’energia intellettuale e graffiante della street art di Bogotá, sospesa sulle Ande, fino alla spontaneità caraibica e alla storia coloniale che si respira tra le mura di Cartagena, ogni angolo di questo Paese ha comunque e sempre una storia straordinaria da raccontare.
Immagine di copertina “L’opera ‘La India’ di Mr. Garek a La Candelaria, Bogotá:
un legame indissolubile tra radici indigene e la sacra biodiversità della foresta.”
Galleria Multimediale Bogotá Cartagena
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