Braciami ancora!

Mettendo a fuoco l’inizio di una fine, tutto il resto scompare.

Dietro l’obiettivo della mia macchina fotografica, tra i vicoli umidi e stretti del mercato di Aabpara a Islamabad, l’uomo perde ogni contorno nitido. Ho voluto ridurlo ad una macchia indistinta, a una presenza sfocata sullo sfondo. In primo piano, invece, ho voluto mostrarvi la realtà nuda, definita e disperata di chi non ha voce. Non c’è bisogno di essere vegani e non serve aderire a nessuna filosofia per fermarsi davanti a queste immagini e sentire il peso di ciò che mostrano e per rendersi conto, con spietata onestà, di cosa sia davvero la sofferenza quando viene privata di ogni filtro.

Ho cercato di catturare i dettagli che l’occhio comune, in genere, ignora o vuole ignorare. C’è una nitidezza spietata nelle linee delle teste di bovino appena scuoiate, nei dettagli lucidi e bagnati di polmoni, fegati e viscere esposti sui banconi.
Attraverso l’ottica, il sangue ha una consistenza quasi geometrica.
A pochi centimetri da questa carne esposta, sullo sfondo sfocato, la silhouette di un uomo con la sua mannaia. Il metallo appare come una scia grigia senza dettagli e il volto del macellaio quasi cancellato dal diaframma completamente aperto.
La crudezza dei resti invece è lì, a fuoco, incisa sul sensore con una precisione che deve far male.
In questo scenario perturbante, camminando tra le pozzanghere rosse, strusciandosi contro le gambe sfocate del macellaio e con il muso verso quei ganci aspettando un pezzo di scarto, gatti colmi di una fiducia innocente stridono con l’orrore circostante. Loro, unico termine di paragone della tragedia, creature vive che si muovono con disinvoltura dentro un cimitero a cielo aperto.
Come
non riflettere sulla profonda spaccatura tra questo mondo e il nostro. Ho intitolato il video di questo reportage “Braciami ancora”, un gioco di parole cinico che morde la coscienza. In quel titolo c’è tutta l’ipocrisia dell’Occidente, trasformare il romanticismo di una canzone d’amore in un invito al consumo della carne, mentre l’animale muore, brucia e scompare sulla griglia. Abbiamo trasformato la carne in un rito domenicale allegro, confezionando il dolore in vaschette di polistirolo asettiche. Da noi vige la regola del “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. “Braciamo ancora” e continuiamo a consumare la carne a patto che ci venga nascosto il terrore della sua provenienza. Compriamo un’illusione igienica per poter mangiare senza rimorsi.
Qui ad Aabpara, invece, tutto appare. La morte è un evento pubblico, integrato nella spesa del martedì pomeriggio. I clienti indicano con il dito la carne esposta, i bambini ci camminano accanto. Se in Occidente dimentichiamo perché nascondiamo, qui si dimentica perché si vede ogni giorno.
La costante esposizione ha trasformato il dramma in routine, rendendoli ciechi per ciò che accade sotto i loro occhi. Due modi opposti, ma ugualmente efficaci, per ignorare la sofferenza.
Fotografare la macellazione in questo modo è stata la mia scelta di campo. Nella vita di tutti i giorni, l’animale è lo sfondo e la merce mentre l’uomo è il centro del mondo. Io, nelle mie foto, ho voluto invertire i ruoli.

Ho cercato di estrarre la carne e le sue vittime dal caos del mercato, declassando il macellaio con il suo coltello a pura funzione, un’ombra indistinta che compie un gesto meccanico. Lasciare l’uomo sullo sfondo sfocato è stato il mio modo di privarlo dell’alibi della “normalità”. Che si tratti dell’ipocrisia dei nostri barbecue o della cruda indifferenza di questo mercato all’aperto, la macellazione che vi  mostro rimane un’interruzione violenta della vita, perpetrata da un’entità estranea che si muove nell’ombra della coscienza umana.

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