Dall’Infinito della Giungla e del Cosmo alla Polvere delle Dune
“Proseguiamo il nostro viaggio abbandonando le grandi città per immergerci totalmente nella natura più profonda”.
La nostra porta d’accesso, a questo universo, è stata Leticia, situata in una posizione strategica lungo il Rio delle Amazzoni e al confine esatto tra Colombia, Brasile e Perù. Dopo essere atterrati, sono bastate solo dopo poche ore di barca per trovarci immersi in un silenzio primordiale, interrotto solo dai versi dei pappagalli. Leticia è l’ultimo avamposto della civiltà prima che a dettare le regole sia solo la natura selvaggia. Superiamo la frontiera fluviale, navigando le acque dense e limacciose del Rio delle Amazzoni, e scivoliamo, quasi senza accorgercene, nel cuore dell’Amazzonia peruviana. Navigando i canali secondari si entra davvero nel battito della biodiversità. Tra le acque scure avvistiamo i profili sinuosi dei delfini rosa dell’Amazzonia, mentre, sugli alberi secolari, bradipi pigri, scimmie d’ogni tipo, iguane giganti e uccelli dai colori impossibili, come le maestose are e i tucani. Camminare lungo i sentieri di terra battuta, guidati dagli occhi esperti dei ranger locali, ci ha permesso, peraltro, di scoprire i segreti della medicina tradizionale amazzonica: ogni pianta, ogni corteccia o liana racchiude infatti un principio curativo che le comunità indigene si tramandano da generazioni, una farmacia naturale che ancor oggi cerchiamo di comprendere appieno.
In questo palcoscenico verde abbiamo danzato stringendoci in un lungo abbraccio intorno alla Ceiba, l’albero sacro della foresta amazzonica. Il suo tronco è così immenso che spesso servono più di dieci persone a braccia aperte per circondarlo, e le sue radici formano delle vere e proprie “stanze” naturali nel terreno, amplificando l’atmosfera mistica della foresta profonda. Si crede che al suo interno risiedano gli spiriti protettori della foresta e così, seguendo l’esempio dei cacciatori e dei raccoglitori indigeni, anche noi abbiamo chiesto il permesso e lasciato un’offerta alla base dell’albero prima di addentrarci totalmente nella giungla.
Ma, l’incontro più profondo e trasformativo di questo viaggio è stato, per me, quello con le comunità native, come gli Yagua o i Boras, che abitano in piena solitudine le sponde del fiume. La loro esistenza è regolata dal battito cardiaco del Rio delle Amazzoni e dal ciclo delle stagioni e delle piogge che determinano l’innalzamento e l’abbassamento delle acque. Per queste culture, la foresta non è solo una risorsa da sfruttare, ma una divinità da rispettare e proteggere. Abbiamo condiviso la loro vera ricchezza fatta di storie, canti e da una comprensione profonda degli equilibri naturali in forte contrasto con la scarsità di beni materiali e l’isolamento geografico a cui sono sottoposti. I giorni trascorsi in Amazzonia hanno imposto un radicale cambiamento al nostro abituale ritmo di vita. A scandire il tempo è stato il tramonto del sole, momento in cui la foresta non va assolutamente a dormire; al contrario, inizia una sinfonia notturna di insetti, anfibi e predatori invisibili. Dormire nei lodge ecologici costruiti su palafitte, protetti solo da zanzariere, ci ha regalato un silenzio ricco di suoni. Al mattino, prima ancora della luce, si avvertiva il rumore della vita; il richiamo profondo delle scimmie urlatrici che squarciava la nebbia sospesa sul fiume, mentre l’umidità che scivolava via dalle foglie giganti faceva sì che l’aria profumasse di terra bagnata. È così che abbiamo aperto i nostri occhi alle prime ore del mattino, tra i voli improvvisi dei tucani e quella nebbia che, diradandosi, mostrava piano piano il riapparire magico della natura.
Lasciamo a malincuore il Perù e la foresta amazzonica per dirigerci verso il cuore geografico della vicina Colombia, nel dipartimento dell’Huila, dove un altro luogo è stato capace di trasportarci in una dimensione quasi marziana: il “Deserto de la Tatacoa”.
In realtà, questo territorio non è tecnicamente un vero deserto, bensì una foresta secca tropicale. Questa peculiarità ecologica ha dato vita a un ecosistema unico al mondo, un’area di oltre trecento chilometri quadrati dove la terra, scolpita, millennio dopo millennio dall’erosione del vento e dalle rare ma violente piogge, si è trasformata in un’opera d’arte a cielo aperto fatta di labirinti, canyon e fossili millenari. L’ingresso in questa regione è stato un viaggio cromatico diviso in due territori distinti e contrapposti. La zona più celebre è senza dubbio Cusco, nota come il deserto rosso. Qui la terra è ricca di ferro e manganese, elementi che dipingono il paesaggio di sfumature che vanno dall’ocra all’infuocato. Camminare tra i suoi canyon significa perdersi in un labirinto di formazioni argillose chiamate “estoraques”, che ricordano cattedrali gotiche o sculture astratte create dalla natura. A pochi chilometri di distanza, il paesaggio cambia radicalmente volto a Los Hoyos diventa il deserto grigio. In questa seconda area, l’assenza di ferro lascia spazio a tonalità spettrali e lunari che sfumano nel colore della cenere.
Camminando in questi canyon ci siamo imbattuti nella suggestiva Valle dei Fantasmi, un labirinto di argilla dove l’erosione ha scolpito curiose figure rocciose che sembrano spettri pietrificati nel tempo, interrotti solo dalla silhouette immobile dei grandi cactus a candelabro che sfidano l’aridità del suolo. Proprio nel cuore di questa desolazione grigia si nasconde uno dei segreti più rigeneranti della Tatacoa: una piscina artificiale alimentata da una sorgente d’acqua naturale sotterranea. Il tuffarsi in questa oasi inaspettata, circondati da pareti di fango grigio sotto il sole cocente, ci ha regalato un momento di totale relax, ridefinendo il concetto stesso di miraggio.
Sotto questa superficie arida si cela tuttavia un passato radicalmente diverso, che racconta di un’epoca in cui la Tatacoa era un giardino lussureggiante. Milioni di anni fa, durante il Miocene, questa regione era una giungla tropicale umida, ricca di grandi fiumi, laghi e una fauna straordinaria. I paleontologi hanno rinvenuto in queste terre migliaia di fossili preistorici, tra cui tartarughe giganti, coccodrilli ancestrali, bradipi mastodontici e i resti di strani mammiferi ormai estinti. Abbiamo visitato il piccolo museo paleontologico nella vicina cittadina di Villavieja, un piccolo assaggio di come il tempo e i mutamenti climatici possano stravolgere radicalmente il volto del pianeta, trasformando un paradiso d’acqua e foreste in un labirinto di polvere e argilla.
Ma è quando l’oscurità avvolge i labirinti d’argilla, che la Tatacoa si trasforma in una finestra spalancata sull’universo. Grazie alla sua posizione geografica vicina all’equatore, alla totale assenza di inquinamento luminoso e a un microclima che garantisce cieli limpidi per gran parte dell’anno, il deserto è considerato uno dei migliori osservatori astronomici naturali del pianeta. Prima, distesi a terra “ad ammirar le stelle” ad occhio nudo, contemplando la scia luminosa della Via Lattea, le costellazioni di entrambi gli emisferi e le improvvise piogge di meteore, …. poi, dai piccoli osservatori con astronomi e guide locali, ad osservare gli anelli di Saturno, il luccichio azzurro delle Pleiadi, Giove con i suoi satelliti galileiani, spingendoci fino alla nebulosa di Orione … abbiamo assistito ad uno spettacolo che ha trasformato il cielo in un ricordo indelebile.
Ripartiamo, questa volta dirigendoci a Nord.
Prima che la terra si inaridisca del tutto, la costa caraibica si concede un ultimo spettacolare eccesso di vita nel Parco Nazionale Naturale Tayrona. Qui, la Sierra Nevada de Santa Marta, la catena montuosa costiera più alta del mondo, scende a precipizio fino a bagnarsi nell’oceano. Camminare lungo i sentieri di Tayrona è stato come avanzare in un corridoio verdeggiante, accompagnati dal canto profondo delle scimmie e degli uccelli, tra le altissime palme e i giganteschi massi levigati, antichi testimoni della civiltà indigena che considerava sacra questa terra. La vegetazione si apre improvvisamente per svelare baie selvagge e incontaminate, una transizione lussureggiante che prepara lo spirito all’impatto con l’estremo confine settentrionale del paese: la penisola de La Guajira. È qui che il deserto riprende il controllo, ma questa volta stringendo un patto eterno con le onde dell’oceano…
Un angolo del pianeta in cui la natura sembra aver dimenticato le proprie regole, dando vita a paesaggi così surreali da apparire dipinti. Il luogo dove il Sud America finisce per lasciare spazio all’immensità dell’oceano. Una terra remota e magnetica dove le maestose dune di sabbia dorata si tuffano senza esitazione direttamente nel blu intenso del Mar dei Caraibi. Ci siamo spinti fin qui! Viaggiare in questi territori ha significato dover abbandonare i sentieri battuti del turismo di massa e accettare l’invito a un’avventura profonda e senza filtri. La Guajira ospita il deserto più grande del subcontinente a nord dell’equatore, ma sa stupire con incredibili anomalie naturali. Si può passare in poche ore dalle spettacolari dune di Taroa, montagne di sabbia che abbiamo scalato a piedi nudi per poi scivolare direttamente nelle onde caraibiche, alla quiete del Santuario los Flamencos, una laguna costiera dove eleganti stormi di fenicotteri rosa si muovono leggeri nell’acqua. Ancora più sorprendente è il Parco Nazionale Macuira, una vera e propria oasi verdeggiante che sorge come per miracolo nel cuore dell’aridità, dove una catena montuosa costantemente avvolta dalla nebbia custodisce una foresta tropicale ricca di corsi d’acqua e cascate.
Abbiamo viaggiato a bordo di mezzi 4×4 verso il centro della penisola lungo sentieri sterrati circondati dal nulla. Nostra prima tappa Cabo de la Vela, un tranquillo villaggio di pescatori adagiato su una baia riparata, qui, dal promontorio del Pilón de Azúcar, un luogo considerato sacro per gli indigeni, forse i più bei tramonti infuocati del sud America.
Abbiamo raggiunto Punta Gallinas alle prime ore del mattino a bordo di una lancia di pescatori, le condizioni delle strade erano proibitive anche per i nostri 4×4! Silenzio totale, non luci, non strumenti di salvataggio, ma solo il coraggio e l’esperienza del nostro capitano pescatore. Il motore si è fermato per ben tre volte, perdevamo benzina. Con uno straccio legato lungo il tubo, sospesi sull’acqua, tra lunghi silenzi e qualche risata un po’ imbarazzata per esorcizzare la paura, siamo finalmente riusciti a raggiungere il punto più settentrionale dell’intero continente sudamericano. Un luogo di isolamento totale, dove le piste di terra battuta si dissolvono nel nulla per lasciare spazio solo al vento e all’immensità dell’orizzonte oceanico.
Da buoni viaggiatori, nonostante la bellezza che ci ha regalato, non possiamo ignorare come la Guajira nasconda una realtà complessa e lacerante, definita da un profondo paradosso tra l’immensa ricchezza visiva e la severa povertà dei suoi abitanti. Questa penisola è una delle regioni più svantaggiate della Colombia, dove l’aridità del clima si riflette nelle dure condizioni di vita quotidiana. Le infrastrutture sono quasi inesistenti, le scuole e gli ospedali scarseggiano, e la malnutrizione infantile rimane una piaga aperta che colpisce duramente le comunità indigene. È un territorio dove le risorse di base mancano, ma che paradossalmente custodisce enormi ricchezze economiche sotterranee, come la gigantesca miniera di carbone a cielo aperto del Cerrejón e i grandi giacimenti di gas naturale, oltre a un potenziale infinito per l’energia eolica e solare. Questa abbondanza industriale, tuttavia, ha storicamente faticato a tradursi in un reale benessere per la popolazione locale, creando una frattura evidente tra i profitti estratti dalla terra e la sussistenza di chi quella terra la abita da millenni.
E’ anche per questo che abbiamo accettato un turismo spartano, con spirito di adattamento e profondo rispetto per le comunità locali, ma che in cambio ci ha ripagato con una sensazione di libertà assoluta permettendoci di assaporare un concetto diverso di viaggio.
Tre mondi apparentemente inconciliabili, la polvere caraibica de La Guajira, i labirinti infuocati della Tatacoa e l’oceano verde dell’Amazzonia, eppure tessere di uno stesso mosaico. Non è stato un semplice viaggio geografico e fotografico, ma un ritorno alle origini, Abbiamo percepito la fragilità della vita e l necessità assoluta di preservare gli ultimi grandi santuari selvaggi del nostro pianeta.