Braciami ancora

“Lontano dagli occhi lontano dal cuore!”

IL REPORTAGE VISIVO CHE RIBALTA LA PROSPETTIVA TRA UOMO E VITTIMA NEL MERCATO PIÙ ANTICO DI ISLAMABAD
Ma come erano i nostri quartieri una volta!
Strade adorne di botteghe alimentari, mercati ortofrutticoli ricchi di ogni ben di Dio!
Le trattorie con l’oste sulla porta e il tabacchino dove prima di entrare a scuola ci fermavamo a comprare i bastoncini e i pesciolini di liquirizia…
E poi? …le Macellerie!
Il trionfo della carne esposta!
Vetrine dove ogni animale, ancora grondante su una fetida segatura, inquadrato da faretti luminosi, sembrava un prezioso gioiello esposto!
Si la carne, quell’alimento che un tempo rappresentava il nostro nutrimento principale ricco di proteine ​​e di sangue, quello che faceva tanto bene alle nostre anemie post belliche!
Poi… tutto e sparito da quelle vetrine, la carne pur sempre venduta è un po’ nascosta, incellofanata, banchi altissimi nascondono all’occhio quello che avviene sotto la sicura mannaia del macellaio.
Mi verrebbe da dire “lontano dagli occhi lontano dal cuore!”.
“Pakistan 2024”
Qui la mattanza sugli animali è ancora esposta, lungo le strade o in squallidi scantinati le bestie vengono sacrificate al nutrimento umano, un duro ed efferato lavoro, spesso in condizioni igieniche non ottimali che assicura a milioni di persone il nutrimento più antico del mondo.
“Braciami ancora”
è un viaggio visivo senza filtri nel mercato di Aabpara a Islamabad, dove la morte animale è routine quotidiana. Attraverso un obiettivo che stringe sui corpi, sulle viscere e sugli sguardi di gatti fiduciosi, l’uomo sullo sfondo perde i suoi contorni e diventa un’ombra sfocata. Un reportage crudo che ribalta i punti di vista, mettendo a nudo l’indifferenza del mercato pakistano e l’ipocrisia asettica dei consumi occidentali.

Musiche: Echoes Pink Floyd
Il brano si apre con quel famoso “ping” sottomarino solitario, che nel video vuole rappresentare il battito isolato, l’inizio di una fine prima del caos del mercato. Poi, la traccia sprofonda in quella lunga sezione centrale, sperimentale e d’avanguardia: un tappeto di suoni distorti, cupi, quasi animaleschi. Le chitarre di Gilmour sembrano grida di gabbiani o lamenti, che si sovrappongono in modo spietato alle immagini geometriche delle viscere, del sangue e degli sguardi dei bovini ad Aabpara.
 

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